Turpiloquio e traduzione

In questi giorni sto cominciando (finalmente!) a dare una forma più precisa alla mia tesi di laurea e mi sono accorta che tra i vari problemi che un traduttore, o nel mio caso un adattatore-dialoghista, deve affrontare per potere rendere al meglio un film nella propria lingua d’arrivo, ce n’è uno che solitamente si tende un po’ a…omettere o alleggerire. Eh sì, sto proprio parlando delle bad words, quindi delle parolacce.

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Se fin da bambini ci hanno sempre insegnato a non essere “generatori di espressioni oscene”, crescendo e soprattutto lavorando nel mondo della traduzione ci si accorge di quanto queste parole siano in realtà importantissime ai fini traduttivi.

La mia tesi sarà incentrata sull’analisi del doppiaggio italiano del film Pulp Fiction e tra un’analisi e l’altra mi sono accorta di come molte volte i turpiloqui siano stati mistranslated o addirittura omessi! C’è da dire anche che molte parolacce, in una lingua o nell’altra, hanno perso il loro significato blasfemo nel corso del tempo, come ad esempio Holy God o Goddamn in inglese, neanche lontanamente paragonabili a una bestemmia.

Un altro problema che affligge il mondo della traduzione è sicuramente la resa del verbo to fuck. Nella lingua inglese lo si sente centinaia di volte, ma se per i nostri amici anglosassoni le ripetizioni in una frase non sono considerate “sciattezze stilistiche”, in italiano lo sono eccome. Da qui la domanda: come tradurre to fuck?

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Guardando su qualsiasi dizionario di inglese si nota che questa parolina ha sempre svariati significati, ma se troviamo nel testo uno scambio d’insulti che contiene quel termine svariate volte ci accorgiamo anche che non possiamo tradurre la parola fuck sempre allo stesso modo. Negli anni la traduzione più utilizzata è stata quella del verbo “fottere” e dell’aggettivo “fottuto”. Non si è però fatto caso a come in italiano in realtà questi termini altro non siano che espressioni dialettali, comuni nel sud d’Italia. D’altra parte, però, negli anni hanno ormai preso sempre più piede anche nel resto del Paese, grazie appunto a delle traduzioni “imperfette”.

Cominciando un po’ ad analizzare Pulp Fiction per la mia tesi mi sono accorta di come molti termini razzisti riferiti all’etnia, al genere oppure all’orientamento sessuale, siano spesso omessi nella versione italiana. Prendiamo per esempio la parola hillbilly che il personaggio di Butch utilizza riferendosi a Zed. Il termine indica una persona (tendenzialmente di etnia bianca) che vive nelle zone rurali del sud degli Stati Uniti e a cui non interessa la modernità e la vita di città. In questo caso l’adattatore-dialoghista si è sicuramente accorto che non avrebbe mai potuto usare espressioni come burino perché non avrebbero rispecchiato a pieno il significato del termine nella lingua di partenza, per cui è stata scelta un’omissione per “colmare”, se così si può dire, una distanza culturale.

Un altro esempio eclatante è sicuramente l’uso spropositato del termine mother fucker e della sua mistranslation italiana: figlio di puttana. Il termine inglese, in sé, non ha nessun significato se non quello, ormai perso nel tempo, di “persona coinvolta in un relazione sessuale con la madre di qualcuno o con la propria madre”.

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Ha anche però una connotazione positiva, infatti nella comunità jazz il termine è utilizzato per esprimere ammirazione nei confronti di una persona.

Questi esempi per farci capire come la “faccenda del turpiloquio” sia in realtà intricata, mai scontata e di come delle differenze storico-culturali possano rappresentare, a volte, un ostacolo traduttivo.

 

Beatrice

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