Studio Ghibli: i nuovi adattamenti

Allora, è da un po’ che su Facebook seguo la pagina Gli sconcertanti adattamenti italiani dei film Ghibli dove in pratica ci si lamenta dei nuovi adattamenti che hanno dovuto subire i film dello Studio Ghibli, e ridevo per le frasi assurde che ci trovavo, frasi come:

errore ghibli

Ma non avevo mai capito fino a che punto fosse frustrante il nuovo adattamento finché non ho visto Pom Poko con le mie due nipotine. E non ci abbiamo capito niente.

Okay, per quanto mi riguarda il film è un po’ noiosetto, devo ammetterlo e me ne scuso, ma a peggiorare la situazione è stato l’italiano usato sia per condurre la narrazione, sia per i dialoghi.

Non voglio discutere sugli errori che il traduttore del film può o non può aver commesso, in teoria non credo che la traduzione sia proprio “sbagliata”, solo che ci sono scelte molto discutibili.

Subito dopo aver visto Pom Poko (in realtà lo abbiamo interrotto perché non stavamo seguendo più), il mio primo pensiero è stato: “Ma come cavolo traduci? Ma che ti dice il cervello?” Poi però mi è arrivata l’obiezione: “Non può essere un errore, perché nei film della Ghibli parlano tutti così. Sarà sicuramente fatto apposta”.

Okay, va bene, è una scelta stilistica. Cercando su internet qualche informazione che mi potesse far capire il motivo di questa scelta, trovo un’intervista al traduttore e adattatore dei film dello Studio Ghibli, che dice: “NON è italiano. È IN italiano. È una differenza fondamentale”.

In sostanza, ha voluto che attraverso l’opera in italiano si vedesse il testo originale giapponese. Ha voluto dare un senso di estraneità per non “perdere” l’originale dietro.
La prima domanda che mi faccio è: perché? Allora, anche in inglese possiamo cominciare a tradurre “la di David mamma” invece che la mamma di David. In italiano su per giù si capisce e corrisponde perfettamente a “David’s mum”, a posto. E invece non funziona proprio così. Perché questa paura di perdere l’opera originale? Purtroppo è in giapponese, c’è poco da fare, e per renderla fruibile in italiano bisogna tradurla in una maniera comprensibile. Perché scegliere un italiano snaturato che porta alla perdita dell’obiettivo principale, ossia rendere l’opera fruibile?

 

Durante il film, io e le bambine sentiamo:

NARRATORE (FC) Sul finire dell’autunno dell’anno prima…/ Tamasaburo, che allo stremo dello sforzo era pergiunto ad Awa, aveva qui raccontato lo stato dei fatti a Kincho VI, titolare del tempio di Kincho Daimyojin, nella città di Komatsushima, e benché subito dopo avere richiesto il suo supporto fosse d’improvviso crollato sul letto di dolore, grazie alle devote cure di Koharu, diletta figlia di Kincho VI, si era miracolosamente ristabilito, sicché quella primavera era nato tra i due un indissolubile legame, da cui si erano avuti sinanco tre figli.

Tralasciamo il “sinanco”, non ne voglio parlare.

Su carta, se leggi lentamente questo luuungo periodo, lo arrivi a capire; ma quando lo ascolti velocemente dal narratore vi assicuro che è solo una sfilza di parole incomprensibili. Si vuole dare un senso di estraneità perché si vuole sottolineare che il testo di partenza è in giapponese, va bene, ma questo si può fare con i libri, dove puoi tornare più volte sulla stessa frase per capirne il senso. La comprensione che si può avere durante un film è una cosa ben diversa. Non c’è tempo per pensare molto al significato della frase, che deve quindi essere di immediata comprensione. E questo comporta delle scelte traduttive non facili ma necessarie.

Punto secondo, che queste frasi siano state prese pare pare dal giapponese lo capisco io che so il giapponese e pochi altri, ma le persone che non lo sanno (che guarda un po’, in Italia sono tante, incredibile) non capiscono questa sfumatura, pensano solo che sia un italiano strano, con l’ordine delle frasi spostato.
frase spostata

 

Per esempio, io so che questa frase è uscita così perché in giapponese il verbo va alla fine della frase, ma chi non lo sa esclama solo WHAT?

E qui viene un’altra considerazione: così è troppo facile. È troppo facile tradurre letteralmente, come se non ci si volesse sforzare di rendere la frase scorrevole, che è la parte più difficile per un traduttore. Seguendo questo ragionamento, getteremmo al vento tutta la fatica che facciamo noi traduttori a evitare i calchi, a evitare di scrivere in un italiano inventato, modellato in base alla lingua da cui traduciamo.

Non è tanto difficile tradurre; il difficile, quello che sfianca ogni traduttore, è tradurre in un italiano scorrevole e, so che può sembrare strano, realmente esistente!

Meditate gente, meditate!

Carlotta

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