Perché diciamo "manica Raglan"?

Negli ultimi anni il campo della moda è diventato uno dei settori a cui mi dedico maggiormente e spessissimo mi ritrovo a parlare di “manica Raglan”.

Citando testualmente il vocabolario online di Repubblica, il termine viene così definito:

raglan
[ra-glàn] A s.m. inv.

ABBIGL Cappotto ampio e lungo, caratterizzato dalle maniche attaccate con cuciture oblique che, partono a raggiera direttamente dal collo, privando la spalla di ogni rilievo

Sapete da cosa deriva questa espressione?

Tutto è nato grazie a Lord FitzRoy James Henry Somerset, conosciuto poi come Lord Raglan. Questo generale britannico tutto si aspettava meno che divenire un’icona della moda.

La storia narra che il Lord, dopo aver perso il braccio durante la battaglia di Waterloo, chiese al produttore di giacche Aquascutum di realizzare una manica dotata di una cucitura diagonale, dall’ascella alla clavicola.

Questo accorgimento consentiva di nascondere la mutilazione subita nelle occasioni quotidiane (dando l’impressione che la mano fosse inserita all’interno della giacca) e al contempo permetteva al generale di adempiere alle proprie funzioni militari, poiché grazie a questo taglio il braccio opposto aveva un ampio movimento e il Lord poteva maneggiare tranquillamente le armi.

Il termine come lo conosciamo noi oggi compare per la prima volta nei vocabolari nel 1903, per la precisione all’interno del New English Dictionary .

Fonte: http://www.iccd.beniculturali.it/siti_tematici/Scheda_VeAC/lemmario/index.asp@page=consultazionealfabetica&lettera=m&idCapo=237&indietro=1.html

 

 

Oggi la manica Raglan decora abiti sportivi e capi che richiedono una particolare ampiezza nei movimenti , tra cui maglioni, giacche, abiti e cappotti.

Ecco svelato l’arcano!

Modi di dire italiani e stranieri - Parliamo di fiori e... cu*o

I modi di dire dialettali, italiani o stranieri mi affascinano da sempre.

Oggi mi sono imbattuta in una divertente espressione spagnola: “nacer con/tener una flor en el culo“.

unas flores preciosas

 

Direi che non c’è bisogno di spiegarne il significato, quello che invece potrebbe essere interessante approfondire è l’origine dell’espressione.
I due termini utilizzati, “culo” (traduzione spagnola di “sedere”, non per forza con l’accezione volgare che ha in italiano) e “flor” (“fiore”) costituiscono una specie di ossimoro, in quanto si trovano grosso modo a due poli opposti in quando, ehm, a raffinatezza diciamo. (altro…)

Come sono nati gli spaghetti alla bolognese? Davvero sono una bufala?

È l’ora di pranzo e ti trovi all’estero. Scegli un ristorantino carino, ti siedi e dai un’occhiata al menù. Il cameriere si ferma al tuo tavolo per chiederti cosa gradisci da bere e, appena si rende conto della tua provenienza, sfoggia un: “Ah! Italia? Bologna? Oh my god, adoro gli spaghetti alla bolognese!”.

 

ragù in preparazione

Secondo recenti studi gli stranieri amano gli spaghetti alla bolognese più della pizza. Si sa che pasta e pizza sono sempre tra i cibi favoriti, ma qui il problema è un altro. Questo piatto in Italia, (men che meno a Bologna), non si trova con frequenza e di certo non è tipico.

Quando un turista chiede di poter mangiare questa pietanza, le reazioni dei ristoratori sono molto diverse tra loro: qualcuno sbuffa un po’ e cerca di spiegare che qui, al massimo, la pasta la condiamo con il ragù; altri si rifiutano categoricamente, altri ancora hanno deciso di cogliere la palla al balzo e di “specializzarsi” in questa preparazione. In fin dei conti è un piatto semplice e richiestissimo, quindi perché non approfittarne? Tra quelli che hanno deciso di abbracciare questa tradizione-innovazione troviamo moltissimi nomi, da Adesso pasta, un locale che pullula di turisti e buone idee, sino all’esclusivo Fourghetti di Bruno Barbieri.

Secondo alcuni questa ricetta potrebbe avere origini antiche. Ai tempi dei nostri nonni, c’era l’abitudine di condire i maccheroni della settimana con un po’ di ragù avanzato dal grande pranzo della domenica, a cui aggiungere verdure e pomodoro.

Per la prima volta ho tirato la sfoglia soltanto con il matterello e non con la macchina, che fatica!

Tu la conoscevi questa storia? Cosa ne pensi di questo piatto: vecchia tradizione o tentativo mal riuscito di copiarci? Lo mangeresti o lo vedi come un’offesa culinaria bella e buona?

Di seguito puoi trovare la mia ricetta per preparare il ragù, pilastro della tradizione emiliana. Questa volta, a differenza dei post pubblicati fino a oggi (Apfelbrot , Berenjenas con miel e Torrijas de nata) la ricetta è italiana e quindi anche il procedimento e gli ingredienti lo saranno.

Amo scoprire e sperimentare cose nuove, ma in fin dei conti resto sempre una bolognese e si sa, da noi il ragù non si tocca 🙂

Ragù

  • 400 g di carne macinata (io di solito uso 200 g di manzo e 200 g di pancetta, ma varia in base ai gusti)
  • 1/2 bicchiere di vino bianco fermo (qualcuno usa anche il rosso)
  • 1 bicchiere di brodo di carne
  • 2/3 salsicce (opzionale)
  • 1/2 bicchiere di latte
  • 500-600 g di passata di pomodoro
  • 1 cipolla, 1 costa di sedano e 1 carota
  • olio, sale, pepe

Procedimento

Lava, trita finemente le verdure e prepara il soffritto in una casseruola ampia.

Questo è come dovrebbe apparirti subito prima di aggiungere il pomodoro e gli altri ingredienti
Questo è come dovrebbe apparirti subito prima di aggiungere il pomodoro e gli altri ingredienti

Aggiungi la carne e lascia rosolare per dieci minuti. Versa il vino, mescola bene e lascia sfumare l’alcol del tutto.

A questo punto versa la passata, il latte e il brodo. Aggiusta di sale e pepe (io aggiungo anche un po’ di peperoncino).

 

 

 

 

 

 

E questo è il risultato dopo qualche ora, a questo punto basta lasciarlo ancora un po' per farlo "restringere"
E questo è il risultato dopo qualche ora, a questo punto basta lasciarlo ancora un po’ per farlo “restringere”

Lascia cuocere a fiamma bassa per almeno 3-4 ore mescolando di tanto in tanto.

Consiglio per conservarlo: per avere delle porzioni di ragù sempre pronte anche all’ultimo secondo lo congelo dividendolo in tanti bicchieri di plastica. All’occorrenza ne scongelo uno ed è presto fatto.

Come è andata? Soddisfatta del risultato? Hai una ricetta particolare straniera o legata alla tradizione che ti piacerebbe veder pubblicata?

Scrivimi!

Ti saluto, è ora di pranzo e a forza di parlare di cibo mi è venuta una fame…

Alla prossima!

 

Turpiloquio e traduzione

In questi giorni sto cominciando (finalmente!) a dare una forma più precisa alla mia tesi di laurea e mi sono accorta che tra i vari problemi che un traduttore, o nel mio caso un adattatore-dialoghista, deve affrontare per potere rendere al meglio un film nella propria lingua d’arrivo, ce n’è uno che solitamente si tende un po’ a…omettere o alleggerire. Eh sì, sto proprio parlando delle bad words, quindi delle parolacce.

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Se fin da bambini ci hanno sempre insegnato a non essere “generatori di espressioni oscene”, crescendo e soprattutto lavorando nel mondo della traduzione ci si accorge di quanto queste parole siano in realtà importantissime ai fini traduttivi.

La mia tesi sarà incentrata sull’analisi del doppiaggio italiano del film Pulp Fiction e tra un’analisi e l’altra mi sono accorta di come molte volte i turpiloqui siano stati mistranslated o addirittura omessi! C’è da dire anche che molte parolacce, in una lingua o nell’altra, hanno perso il loro significato blasfemo nel corso del tempo, come ad esempio Holy God o Goddamn in inglese, neanche lontanamente paragonabili a una bestemmia.

Un altro problema che affligge il mondo della traduzione è sicuramente la resa del verbo to fuck. Nella lingua inglese lo si sente centinaia di volte, ma se per i nostri amici anglosassoni le ripetizioni in una frase non sono considerate “sciattezze stilistiche”, in italiano lo sono eccome. Da qui la domanda: come tradurre to fuck?

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© Copyright Repubblica.it

Guardando su qualsiasi dizionario di inglese si nota che questa parolina ha sempre svariati significati, ma se troviamo nel testo uno scambio d’insulti che contiene quel termine svariate volte ci accorgiamo anche che non possiamo tradurre la parola fuck sempre allo stesso modo. Negli anni la traduzione più utilizzata è stata quella del verbo “fottere” e dell’aggettivo “fottuto”. Non si è però fatto caso a come in italiano in realtà questi termini altro non siano che espressioni dialettali, comuni nel sud d’Italia. D’altra parte, però, negli anni hanno ormai preso sempre più piede anche nel resto del Paese, grazie appunto a delle traduzioni “imperfette”.

Cominciando un po’ ad analizzare Pulp Fiction per la mia tesi mi sono accorta di come molti termini razzisti riferiti all’etnia, al genere oppure all’orientamento sessuale, siano spesso omessi nella versione italiana. Prendiamo per esempio la parola hillbilly che il personaggio di Butch utilizza riferendosi a Zed. Il termine indica una persona (tendenzialmente di etnia bianca) che vive nelle zone rurali del sud degli Stati Uniti e a cui non interessa la modernità e la vita di città. In questo caso l’adattatore-dialoghista si è sicuramente accorto che non avrebbe mai potuto usare espressioni come burino perché non avrebbero rispecchiato a pieno il significato del termine nella lingua di partenza, per cui è stata scelta un’omissione per “colmare”, se così si può dire, una distanza culturale.

Un altro esempio eclatante è sicuramente l’uso spropositato del termine mother fucker e della sua mistranslation italiana: figlio di puttana. Il termine inglese, in sé, non ha nessun significato se non quello, ormai perso nel tempo, di “persona coinvolta in un relazione sessuale con la madre di qualcuno o con la propria madre”.

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Copyright © cinemablend.com

Ha anche però una connotazione positiva, infatti nella comunità jazz il termine è utilizzato per esprimere ammirazione nei confronti di una persona.

Questi esempi per farci capire come la “faccenda del turpiloquio” sia in realtà intricata, mai scontata e di come delle differenze storico-culturali possano rappresentare, a volte, un ostacolo traduttivo.

 

Beatrice

Apfelbrot

Prima di parlarvi di questa dolcissima ricetta “typisch deutsch” vorrei presentarmi: sono Beatrice e da qualche tempo collaboro con Clave Traduzioni per un tirocinio. Le mie lingue di lavoro sono l’inglese e il tedesco e, proprio quest’ultima, mi ha spinto a vivere e a studiare per sei mesi in Germania, a Germersheim. Ho condiviso un appartamento con altre ragazze tedesche e grazie a questa esperienza abbiamo potuto imparare molto le une dalle altre, anche in fatto di cucina!

Avendo passato tutto l’inverno in Germania, sono entrata in contatto con una questione tutta tedesca: il Natale. Ebbene sì, quando si tratta di festeggiamenti che riguardano questo periodo dell’anno nessuno batte i tedeschi! Canti, balli, il tipico Weihnachtsmarkt (mercatino di Natale) e prelibatezze di ogni genere.

Una ricetta golosissima e tipicamente natalizia, ma anche molto semplice da fare è sicuramente l’Apfelbrot. Dopo averlo provato al Weihnachtsmarkt di Heidelberg, non ho potuto far altro che rifarlo a casa e abbuffarmi!
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© ernaehrung-ohne-zucker.de

Apfelbrot letteralmente significa “pane di mele”ed è una tipica ricetta tedesca portata in tavola durante tutto il periodo dell’Avvento. Ci sono diverse varianti, io però amo quella più semplice e classica:

Zutaten (für 8 Personen)

  • 750 g Äpfel
  • 250 g Zucker
  • 250 g Rosinen
  • 125 g Mandeln (ganz ungeschält)
  • 500 g Mehl
  • 1 Pkt. Backpulver
  • 1 EL* Kakaopulver
  • 1 EL* Rum
  • 1 TL* Lebkuchengewürz
  • etwas Zimt
  • etwas Nelke

*EL: Esslöffel *TL: Teelöffel

Zubereitung 

Arbeitszeit: ca. 1 Stunde         Schwierigskeitsgrad: simpel

Die feingeschnitzelten Äpfel und den Zucker vermengen und über Nacht stehen lassen. Dann alle übrigen Zutaten zugeben, zuletzt Mehl und Backpulver daruntermengen. Sollte der Teig zu trocken sein , noch etwas Milch zugeben.
Die Masse in eine grosse oder zwei kleine gut gefettete Kapselformen einfüllen und bei 175° eine gute Stunde backen.

Ingredienti (per 8 persone)

  • 750 g di mele
  • 250 g di zucchero
  • 250 g di uvetta
  • 125 g di mandorle (non sbucciate)
  • 500 g di farina
  • 1 bustina di lievito
  • 1 cucchiaio di cacao
  • 1  cucchiaio di rum
  • 1 cucchiaino di aroma di *Lebkuchen
  • cannella (quanto basta)
  • chiodi di garofano (quanto basta)

*Lebkuchen: tipico dolce natalizio al cioccolato e cannella non reperibile in Italia.

Preparazione

Tempo: 1 ora     Difficoltà:facile

Tagliare le mele sbucciate in piccoli pezzi e riporle insieme allo zucchero in una bacinella. Lasciare riposare il tutto una notte intera. In seguito unire tutti gli ingredienti, aggiungere per ultimi la farina e il lievito e mescolare il tutto con forza con un cucchiaio di legno. Nel caso in cui l’impasto sia troppo secco, aggiungere latte quanto basta. Riporre l’impasto in una terrina (preferibilmente come quella dei plumcake) o in alternativa in due più piccole e cuocere in forno per un’ora a 175 °C.

Potrete trovare la ricetta completa e altre varianti al sito Chefkoch.de

Non mi resta che dirvi, guten Appetit!

Beatrice

Studio Ghibli: i nuovi adattamenti

Allora, è da un po’ che su Facebook seguo la pagina Gli sconcertanti adattamenti italiani dei film Ghibli dove in pratica ci si lamenta dei nuovi adattamenti che hanno dovuto subire i film dello Studio Ghibli, e ridevo per le frasi assurde che ci trovavo, frasi come:

errore ghibli

Ma non avevo mai capito fino a che punto fosse frustrante il nuovo adattamento finché non ho visto Pom Poko con le mie due nipotine. E non ci abbiamo capito niente.

Okay, per quanto mi riguarda il film è un po’ noiosetto, devo ammetterlo e me ne scuso, ma a peggiorare la situazione è stato l’italiano usato sia per condurre la narrazione, sia per i dialoghi.

Non voglio discutere sugli errori che il traduttore del film può o non può aver commesso, in teoria non credo che la traduzione sia proprio “sbagliata”, solo che ci sono scelte molto discutibili.

Subito dopo aver visto Pom Poko (in realtà lo abbiamo interrotto perché non stavamo seguendo più), il mio primo pensiero è stato: “Ma come cavolo traduci? Ma che ti dice il cervello?” Poi però mi è arrivata l’obiezione: “Non può essere un errore, perché nei film della Ghibli parlano tutti così. Sarà sicuramente fatto apposta”.

Okay, va bene, è una scelta stilistica. Cercando su internet qualche informazione che mi potesse far capire il motivo di questa scelta, trovo un’intervista al traduttore e adattatore dei film dello Studio Ghibli, che dice: “NON è italiano. È IN italiano. È una differenza fondamentale”.

In sostanza, ha voluto che attraverso l’opera in italiano si vedesse il testo originale giapponese. Ha voluto dare un senso di estraneità per non “perdere” l’originale dietro.
La prima domanda che mi faccio è: perché? Allora, anche in inglese possiamo cominciare a tradurre “la di David mamma” invece che la mamma di David. In italiano su per giù si capisce e corrisponde perfettamente a “David’s mum”, a posto. E invece non funziona proprio così. Perché questa paura di perdere l’opera originale? Purtroppo è in giapponese, c’è poco da fare, e per renderla fruibile in italiano bisogna tradurla in una maniera comprensibile. Perché scegliere un italiano snaturato che porta alla perdita dell’obiettivo principale, ossia rendere l’opera fruibile?

 

Durante il film, io e le bambine sentiamo:

NARRATORE (FC) Sul finire dell’autunno dell’anno prima…/ Tamasaburo, che allo stremo dello sforzo era pergiunto ad Awa, aveva qui raccontato lo stato dei fatti a Kincho VI, titolare del tempio di Kincho Daimyojin, nella città di Komatsushima, e benché subito dopo avere richiesto il suo supporto fosse d’improvviso crollato sul letto di dolore, grazie alle devote cure di Koharu, diletta figlia di Kincho VI, si era miracolosamente ristabilito, sicché quella primavera era nato tra i due un indissolubile legame, da cui si erano avuti sinanco tre figli.

Tralasciamo il “sinanco”, non ne voglio parlare.

Su carta, se leggi lentamente questo luuungo periodo, lo arrivi a capire; ma quando lo ascolti velocemente dal narratore vi assicuro che è solo una sfilza di parole incomprensibili. Si vuole dare un senso di estraneità perché si vuole sottolineare che il testo di partenza è in giapponese, va bene, ma questo si può fare con i libri, dove puoi tornare più volte sulla stessa frase per capirne il senso. La comprensione che si può avere durante un film è una cosa ben diversa. Non c’è tempo per pensare molto al significato della frase, che deve quindi essere di immediata comprensione. E questo comporta delle scelte traduttive non facili ma necessarie.

Punto secondo, che queste frasi siano state prese pare pare dal giapponese lo capisco io che so il giapponese e pochi altri, ma le persone che non lo sanno (che guarda un po’, in Italia sono tante, incredibile) non capiscono questa sfumatura, pensano solo che sia un italiano strano, con l’ordine delle frasi spostato.
frase spostata

 

Per esempio, io so che questa frase è uscita così perché in giapponese il verbo va alla fine della frase, ma chi non lo sa esclama solo WHAT?

E qui viene un’altra considerazione: così è troppo facile. È troppo facile tradurre letteralmente, come se non ci si volesse sforzare di rendere la frase scorrevole, che è la parte più difficile per un traduttore. Seguendo questo ragionamento, getteremmo al vento tutta la fatica che facciamo noi traduttori a evitare i calchi, a evitare di scrivere in un italiano inventato, modellato in base alla lingua da cui traduciamo.

Non è tanto difficile tradurre; il difficile, quello che sfianca ogni traduttore, è tradurre in un italiano scorrevole e, so che può sembrare strano, realmente esistente!

Meditate gente, meditate!

Carlotta

Primi passi per muoversi all’interno del mondo della traduzione

Non posso vantare esperienza puliridecennale o collaborazioni illustri, ma il 9 febbraio è passato un anno da quando l’anno scorso ho deciso di aprire la Partita Iva e di fare di una passione un lavoro. Questo articolo è dedicato in particolare a chi desidera diventare un traduttore freelance e non sa bene da dove partire e, forse, proprio perché poco più di un anno fa ero nella stessa situazione, potreste leggere qualche consiglio utile (spero). Leggi tutto “Primi passi per muoversi all’interno del mondo della traduzione”

Torrijas de nata

Oggi ero in cerca di idee per trovare una ricetta da inserire nel blog. Pensa e ripensa, alzo gli occhi e vedo uno dei miei libri preferiti che mi guarda dallo scaffale mogano. Ma certo! Come avevo fatto a non pensarci prima…

 

Il libro è Como agua para chocolate, di Laura Esquivel.

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Dato che già il titolo possiede un riferimento alla cucina e dato che alla fine questo è pur sempre un blog di traduzione, vediamo insieme il significato di “agua para chocolate”:

…“estar como agua para chocolate significa estar a punto de explotar de rabia o de pasión amorosa”…

Il libro è molto interessante, si legge tutto d’un fiato e ogni capitolo ha il titolo di una ricetta, in una continua ricerca del legame tra vita e cucina.

L’ultima volta abbiamo parlato di una tapa salata, quindi oggi vorrei parlarvi di un dolce, una prelibatezza adatta para desayunar (per fare colazione), para merendar (per fare merenda), o cada vez que queráis (ogni volta che volete).

 

Torrijas de nata

torrijas
torrijas, traduzione ricette

INGREDIENTES:

  • Una taza de natas
  • 6 huevos
  • Canela
  • Almíbar

Manera de hacerse:

Se toman los huevos, se parten y se les separan las claras. Las 6 yemas se revuelven con la taza de natas. Se baten estos ingredientes hasta que se torne ralo el batido. Entonces se vierten sobre una cazuela previamente untada con manteca. Esta mezcla, dentro de la tartera, no debe sobrepasar un dedo de altura.

INGREDIENTI:

  • Una tazza di panna (va bene anche di latte intero se non avete la panna)
  • 6 uova
  • Cannella
  • Caramello

Procedimento:

Prendere le uova e separare gli albumi. Sbattere i sei tuorli assieme alla panna fino a che non si ottiene un composto omogeneo. Si versa poi il tutto dentro a un tegame precedentemente imburrato. Questo composto, una volta versato nella tortiera, non deve essere più alto di un dito.

Questo ovviamente è solo un estratto, se vi va di scoprire la ricetta completa delle torrijas de nata vi lascio una versione spagnola e quella italiana di Benedetta Parodi.

Hasta pronto,

Veronica

Berenjenas con miel

 

Questa ricetta l’ho scoperta in un localino nel centro di Malaga dove amavo particolarmente andare con gli amici: un posto “alla buona”, come si direbbe, con i tavoli in legno appiccicosi, gli sgabelli sgangherati e i tovagliolini in plastica che di solito troviamo nei nostri bar (e che sono l’essenza dell’inutilità, aggiungerei). La prima volta che ho letto berenjenas con miel, ovvero “melanzane al miele”, devo aver fatto una faccia simile a quella che vedete qui a destra.  Leggi tutto “Berenjenas con miel”

Ciao a tutti!

Ecco il primo articolo di prova di Traduetto, un blog dove si sentiranno le melodie stonate ma appassionate di due traduttrici canterine!

Le traduttrici sono Veronica e Carlotta. Una è traduttrice tecnica e l’altra è traduttrice editoriale. Una non ha perso tempo a creare una propria agenzia di traduzione e l’altra ancora balbetta “uhm be’ muah boh” e cerca i lavori di traduzione su Infojobs, dio santo. Per fortuna la prima ha preso la seconda per i capelli e l’ha indirizzata verso la retta via, sperando di non stressarsi. Ha due gatti da lanciare dal balcone, in caso. Quella che balbetta non ha nemmeno gatti, che amarezza.

Tramite questo bellissimo discorso sconclusionato (indovinate chi l’ha scritto, infatti!) le due traduttrici stonate ma allegre vogliono augurarvi il benvenuto su questa pagina! Yuppi!